Recensione “La figlia femmina” di Anna Giurickovic Dato

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Editore: Fazi Editore

Autore: Anna G. Dato

Pagine: 191

Prezzo: 16 euro

Link al sito Fazi Editore

Un libro, quando lascia il segno, lo riconosci. E io oggi ve ne propongo uno pungentissimo, drammatico ed intenso: parlo del romanzo dell’esordiente Anna Giurickovic Dato, “La figlia femmina”, gustosissima e pericolosa scoperta di cui sono non fiera, di più.

Mi piacerebbe parlarvi di questa storia partendo dalla copertina scelta dall’editore Fazi; si tratta di un quadro espressionista di Balthus, datato 1938, intitolato “Thérèse Dreaming”. L’immagine ritrae una fanciulla, semidistesa su una sedia, con una gamba piegata e le braccia raffigurate in una posa naturalissima, con le dita delle mani intrecciate sul capo, il volto ritratto di lato, gli occhi chiusi e le sopracciglia impercettibilmente imbronciate. La gamba nuda e la gonnella mostrano la biancheria intima della ragazza, ma la posa è talmente reale, talmente spontanea, da far pensare che alla stessa, non importi che sia scoperta, il suo è un semplice gesto, la posa una banalissima comodità. Il problema nasce dall’occhio di chi guarda, non da chi è ritratto.

Trovo che questo quadro racchiuda in modo genuino lo spirito del romanzo, una storia non piacevole, perché sfacciata. Attenzione, ho detto sfacciata, non volgare. Perturbante, sottile, con un erotismo sfuggente e pieno nella sua impalpabilità. Ed il tema è difficile, assolutamente difficile.

Il racconto intreccia piani temporali diversi e punti di vista altrettanto diversi. La costruzione della storia procede con un continuo avanti – indietro nel tempo, e lo fa in modo sapiente, senza creare confusione nella lettura. Anzi. La storia è forte, molto forte, proprio perché il racconto del presente si nutre di quello passato. Le due dimensioni si vivificano a vicenda, e la loro linfa è innocentemente velenosa.

La storia è ambientata tra due città, Rabat e Roma, e racconta i segreti inconfessabili di una famiglia come tante, composta da padre, madre e figlia. Centrale, ambiguo, scomodo, il racconto del rapporto tra papà Giorgio e la figlia Maria. Un rapporto che viene raccontato senza veli, che a volte allude, altre spiega in modo fin troppo diretto e fastidioso. Un rapporto tra un padre ed una bambina di cinque anni, ignorato inconsapevolmente dalla madre, Silvia, alla quale la scrittrice affida il racconto del presente.

Il romanzo inizia con un’ambientazione esotica: è il giorno dell’ Eid-al-Fitr, che segna la fine del Ramadan. La piccola Maria vive a Rabat da qualche tempo, si è trasferita lì con i genitori per motivi di lavoro: suo padre  è un uomo importante e lavora per l’ambasciata italiana in Marocco.

Immediatamente, il corpo “malato” della storia inizia a prendere forma attraverso le prime allusioni e le riflessioni della bambina, pensieri che affondano le loro radici nel racconto del vecchio testamento, che solleticano con sapori antichi, liberano interrogativi e lanciano un primo indizio al lettore:

“Allora Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del signore lo chiamò dal cielo e gli disse: “Abramo, Abramo! Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che temi Dio e non gli hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio”.

Maria è assorta in un pensiero. È l’unica figlia di suo padre. Se un giorno lui la legasse e la stendesse su un altare accanto a legna da ardere, lei non si stupirebbe. Pensa che lui lo farebbe fissandola con gli occhi neri e severi, attraverso le ciglia ramate. Lei gli accarezzerebbe un riccio della criniera arancione che ha sempre voglia e timore di toccare. Penserebbe che se lo fa papà è giusto.

La storia procede con il racconto delle notti della bambina, notti in compagnia del papà, notti di cui lei non capisce il significato, gesti, rumori, contatti, che non è capace di decifrare, a cui risponde con il silenzio più assordante. Il racconto del passato fa scorrere, in rassegna, alcuni eventi significativi, che all’epoca apparivano strani, ma che assumono tutta un’altra raccapricciante prospettiva alla luce della consapevolezza che il lettore, procedendo nella lettura, acquisisce in modo duro e fortemente realistico.

Il passato è segnato anche da un evento drammatico: la morte improvvisa di Giorgio, a seguito della quale madre e figlia si trasferiscono a Roma. I capitoli ambientati a Roma sono raccontati dal punto di vista di Silvia, che analizza in modo nervoso e consapevole, tutto ciò che le sta accadendo intorno. Al centro dei suoi pensieri c’è lei, Maria, figlia ormai tredicenne nel pieno della crescita, a cavallo di un’età particolare, in bilico precario tra infanzia ed adolescenza, tra innocenza e sfacciataggine, tra pudore e malizia. Tutti questi elementi hanno una forza enorme e costituiscono il fulcro attorno al quale si costruisce l’incontro tra la ragazza ed il nuovo compagno di Silvia, Antonio, invitato per la prima volta a pranzo a casa loro. L’atteggiamento sfacciato e civettuolo di Maria nei confronti dell’uomo, risveglia nella madre il dramma della loro vicenda familiare, e si carica di rabbia, impotenza, vergogna. Il romanzo si concluderà con la cacciata dell’uomo, un’azione forte e simbolica di ciò che è stato e che non potrà mai essere cancellato.

“Ho letto in qualche rivista di esperimento psicologico, dove i cani venivano infilati in gabbie e costretti a subire delle scosse elettriche” racconta intanto Antonio a Maria, risvegliandomi dal torpore dei miei pensieri.

“Perché, poveri animali?”, dico.

“Che razza di esperimento!” inveisce Maria, e con aria scandalizzata si porta le mani sulle guance.

“Terribile davvero. Inizialmente quei poveri cani facevano di tutto per scappare, ma non c’era nessuna via di fuga e così ricadevano al centro del recinto, con il pelo fumante. Dopo poco, però, il loro comportamento mutava radicalmente: apparivano rassegnati, apatici. Solo allora gli si apriva una via di fuga, finalmente. Il grande cancello spalancato, pochi metri e sarebbero stati fuori a rincorrersi su bei prati”.

“E allora?”

“Nonostante questo, loro rimanevano passivamente nel recinto a prendersi le scosse elettriche: si erano abituati e non pensavano più di poter essere in un posto diverso da quello nel quale si trovavano. Non c’era meglio o peggio, c’era qui e ora. Quante cose si capiscono così dell’essere umano?”

Nel romanzo si intrecciano le psicologie dei vari personaggi, in un crescendo che culmina, come in ogni tragedia greca, nel momento di massima tensione, che sembra cancellare una colpa con la morte di Giorgio che avviene misteriosamente, ma che nel frattempo il lettore, già avrà intuito ed immaginato.

La scrittura ha la capacità, bellissima, di trascinarti nella storia, e più le vicende sono scabrose ed allusive, più il lettore è invitato a  proseguire, fastidiosamente e allo stesso tempo con morbosa curiosità. Grande peso ha nel racconto la psicologia femminile, esplorata nelle sue varie sfaccettature. Negativo e senza alcuna possibilità di salvezza, il rapporto col sesso maschile, che nel romanzo appare estremamente debole, quasi innocente nella sua impotenza rispetto a certe pericolose tentazioni animalesche. Il personaggio di Maria è dipinto magistralmente nella sua essenza di “Lolita” dei giorni nostri, la sua bellezza adolescenziale e la sua sensualità accennata si confondono con la sua immagine dell’infanzia, creando una figura allusiva, maliziosa, ad elevato tasso erotico. L’erotismo innocente (ma solo fino ad un certo punto) indossa la maschera dello scherzo, si nutre del linguaggio di un corpo femminile, si prende gioco dell’imbarazzo di un uomo, lo trasforma in vittima, lanciandogli una sfida.

Una sfida che Silvia, sua madre, non avrebbe mai voluto affrontare.

“Dio almeno mi crede”.

“Tutti ti crediamo”.

“Tu non mi crederesti mai”.

“A cosa non dovrei credere, Maria?”

“Che io sono un diavolo”.

“Tu sei un angioletto, sei una bimba”.

“Non è vero. Io il diavolo ce l’ho qua”. Si alzò in piedi e si indicò il petto. “Ma non lo so chi ce l’ha messo, ci sono nata così”.

Il romanzo merita, tantissimo. Parla di vittime e di carnefici, di innocenti e di colpevoli. Ma lo fa senza distinzioni precise, anzi, ribaltando le prospettive, totalmente. E dando uno schiaffo sonoro alle apparenze. Perché ciò che si vede è solo una superficie liscia e calma, ma l’acqua, lì sotto, rimane torbida.

 L’ho letto tutto d’un fiato e con grande passione, come mi capita solo con i grandi scrittori e le grandi storie. Questa scrittrice vi stupirà e voi non potrete non innamorarvene, ve lo garantisco. Da mozzare il fiato, da spaccare in due le coscienze, da far venire il mal di pancia, per quanto è bello.

Ioanna

 

 

 

 

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5 Comments Add yours

  1. Cuore Zingaro ha detto:

    Semplicemente divina! Questo libro l’avevo adocchiato per la copertina ma poi lasciato per la trama. Devo dire che grazie alla tua recensione rivaluto il libro e lo aggiungo in wishlist!

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  2. Paper leaves ha detto:

    Assolutamente! Devi leggerlo, ti rapisce ❤

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  3. Alessandra ha detto:

    La storia non mi attira molto, ma la tua analisi è veramente bella, travolgente.

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    1. Paper leaves ha detto:

      Alessandra, ti ringrazio! Mi dispiace, ma secondo me vale davvero la pena. Non è la trama a colpire ma il modo in cui è raccontata la storia a vincere su tutto, secondo me. Buone letture!

      Liked by 1 persona

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